Un’opera umana, profondamente umana

marzo 1996

Da più di cinque anni, la fondazione di Punto Cuore mi ha portato ad intraprendere lunghi e frequenti viaggi, a fare numerosi incontri, ad affrontare solo e con altri vari problemi, a riflettere su diverse questioni. Anche se per la maggior parte del tempo sembro essere il principale protagonista di queste esperienze, ho la netta sensazione che esse non mi appartengano. Esse sono il bene comune della nostra famiglia, anche se, per discrezione, una parte di esse deve rimanere nascosta. Avrei voluto offrire un primo bilancio di questa avventura sorprendente, talvolta sconcertante, che rappresenta la fondazione di un’opera come Punto Cuore. Avrei voluto offrirvi le mie scoperte, le mie constatazioni, le mie speranze.

L’estensione della sofferenza

La sofferenza può sembrare un fenomeno senza sorprese. Si conosce l’esistenza degli ospedali, degli orfanotrofi, dei campi di concentramento… Si conosce tutto il capitale di lacrime immagazzinato in questi luoghi. Già questo ci può sembrare mostruoso. Quello che lo è ancora di più è scoprire che la sofferenza non è un’entità anonima, distaccata, ma che essa ferisce un cuore, sfigura un volto. Incontrare un uomo che soffre, ascoltare fino in fondo i suoi silenzi, le sue grida, le sue ribellioni, colpisce di più che la meditazione che si può fare su tutta la sofferenza dell’umanità. E quando ci si prende il tempo di curvarsi sulla sofferenza di un uomo e di portarla un po’ con lui, poi di un secondo uomo, la paura della croce – una croce ben palpabile, ben dura, una vera croce di legno, pesante, molto pesante che fa cadere e cadere di nuovo – vi prende.

Così come non ci sono peccati astratti, non ci sono sofferenze astratte. La sofferenza è sempre la sofferenza di una carne, di un cuore, di un’intelligenza. È l’incredibile sofferenza di quel seminarista vietnamita, rinchiuso per diversi anni in una buia prigione, i piedi serrati in blocchi di piombo, lottando giorno dopo giorno per non impazzire… È la sofferenza di quel giovane argentino, violentato fin dall’infanzia da un membro della famiglia, mandato via da casa sua, ancora violentato, consegnato alla droga e all’alcool, incapace di dominare la incredibile violenza che è in lui… È la sofferenza di quella piccola colombiana di quattordici anni, già incinta, che aspetta sotto lo sguardo del suo protettore il nuovo cliente che abuserà del suo corpo già straziato… E si potrebbe descrivere in questo elenco l’esistenza di ogni uomo di ogni paese, perché nessuno sfugge a questa legge della sofferenza, anche chi ha, all’apparenza, una vita felice, senza dubbio conosce la sua parte di dolore intimo.

Il corpo di Cristo è tutto intero sulla croce. Neppure un osso, neppure un arto è risparmiato. Il suo corpo è ridotto a brandelli, il suo spirito è annientato, il suo cuore trafitto. Il corpo dell’umanità è ugualmente tutto intero sulla croce. Nemmeno una delle membra sfugge al dolore. Ma, ai piedi della croce, il cuore di Maria si fa ricettacolo di quest’incredibile sacrificio.

Dov’è riconosciuta, la dignità umana?

Istintivamente, per me l’uomo è un vertice inalienabile. Piccolo, malgrado tutti gli inviti che mi venivano fatti a rispondere per le rime, faticavo a restituire un pugno a chi me ne dava, tanto temevo di ferire colui che mi aggrediva. I miei studi mi confortarono in questa percezione dell’alta dignità dell’uomo: imparavo che l’essere umano è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, che è solo “un po’ inferiore a un dio”, che è chiamato ad essere perfetto come è perfetto il Padre celeste.

Tuttavia parallelamente, le mie letture mi aprirono gli occhi. Molto in fretta, gli orrori dei campi di concentramento, della guerra mi fecero capire che queste idee non dovevano essere condivise da tutti e che, per molti, l’uomo non era probabilmente che un cane, un nemico da abbattere, una pietra d’inciampo sulla via della realizzazione delle proprie ambizioni. In questo senso, Punto Cuore fu un colpo fatale: gli incontri ai quali mi obbligarono le fondazioni mi diedero la dimostrazione che questa percezione non era immaginaria, ma perfettamente reale. Quello che io avevo imparato dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, dalla Carta dei Diritti del Bambino, della profonda dignità dell’essere umano, - senza da parte mia rimetterla in discussione, al contrario – mi sembrava quasi a livello della mascherata, del gioco politico o di un ideale molto lontano. Nella maggioranza degli Stati, o per una grande parte degli uomini, la realtà era un’altra.

Il bisogno di Natale, la risposta di Pasqua

Se si fa il conto di tutte la prove che pare impossibile oltrepassare tanto sembrano lunghe e pesanti, si può essere colti da una terribile vertigine. Che ci libererà da un tale peso? Si spera in nuovi vaccini – nuove malattie appaiono continuamente! -, si attendono nuovi governi – e sono talvolta peggiori dei precedenti -, si sognano riforme sociali – in ogni caso non se ne hanno mai abbastanza!

Certo, la vita è più facile quando si esce di prigione, dall’ospedale o dal campo di concentramento, ma lo stesso vuoto può permanere all’esterno come all’interno. I responsabili possono tappare i buchi. Le strutture possono meglio adattarsi alle esigenze di tutti, le povertà possono risolversi, ma rimane un’attesa. Quella di una soluzione più essenziale, più interiore. Un’attesa che, per molti, non ha nome, un’attesa che può esprimersi come il presentimento di una presenza salvatrice. Un’attesa che io traduco così: l’attesa di Natale, l’urgenza della risurrezione.

Molti vivono nella speranza di un avvenimento. Quelli la cui esperienza è limitata attendono ancora un avvenimento terreno. Coloro che hanno un’esperienza più ricca sanno che nulla quaggiù può arginare il male. Il suo peso è troppo grande e la storia degli uomini, da sola, incapace, in definitiva, di portare una salvezza. Occorre Qualcuno dall’esterno che agisca dall’interno. Non c’è bisogno di un “avvenimento – accidente” (rivolta, monarchia…), ma di un “avvenimento – persona”, un “avvenimento – presenza”, un “avvenimento – eternità”. C’è bisogno del Natale: un Dio nascosto che sorge nella notte degli uomini per condurli fino all’alba della risurrezione. Un Dio che conosce ciascun uomo per nome, che prende ogni ferita, che porta in sé il peso delle sofferenze intime e lo libera da queste nelle sua Pasqua, nel Suo sì totale e definitivo a Dio.

Ognuno di coloro che incontriamo, e noi per primi, ha bisogno – un bisogno essenziale – di prendere la mano di un Emanuele, come il cieco di Gerico. Una mano che ci conduca all’interno – nel più profondo della nostra intimità (esplorazione fiduciosa della nostra miseria) – e ci conduca al di là, là dove nessuna ideologia ci può portare: il Cuore misericordioso del Padre (scoperta stupita della misericordia). È questa l’opera del Natale: il Bambino, più piccolo e più grande di tutti i figli degli uomini, che offre la sua amicizia ai poveri, che tende loro la mano, che li nutre con una Parola eterna, che lava loro i piedi mettendosi più in basso di loro, che prende il loro peccato e li porta come il pastore porta l’agnellino più piccolo verso il Regno dove il male non può più raggiungerlo.

Ci si potrebbe meravigliare che un avvenimento che richiama oggi il cuore di ogni uomo sia già vecchio di venti secoli. Ci si domanda dov’è la rivoluzione che ha provocato. Ci si domanda in quale luce la Risurrezione abbia trascinato l’umanità. Natale, la Risurrezione sono oggi degli avvenimenti misteriosi. Li colgono coloro che leggono nella notte. Li scoprono coloro che sentono la “musica misteriosa”dell’amore.. li accolgono i poveri, i poveri di loro stessi. Natale ha bisogno di manifestarsi nel destino degli uomini, e Natale si manifesta, come la Risurrezione, ogni volta che un cuore apre il suo cuore spalancato alla Madre, affinché Ella vi deponga il suo Bambino di luce.

Niente cambia allora. E tutto cambia. La bidonville resta la bidonville. Il bambino morto non risuscita. La borsa non si riempie. Ma l’insopportabile diventa sopportabile perché è vissuto in presenza di una Presenza che gli dà significato. L’assurdo, il disgustoso, la miseria sfociano nel mistero, nell’adorazione, nella misericordia. Nacque il Bambino, risuscitò il Crocifisso e la speranza sollevò il mondo.

Una conferma

Oggi è di moda parlare di sentimenti umanitari. E, in questo senso, spesso ci viene domandato se Punto Cuore sia un’opera umanitaria. A dire il vero, io non lo so bene… Credo che Punto Cuore sia un’opera umana, profondamente umana, in quanto essa cerca di mantenere gli occhi fissati su Gesù Cristo.

Nel momento in cui io feci i primi passi per la fondazione dell’Opera, l’intuizione che ne avevo ricevuta non mi pareva che balzana. Ero per lo meno così certo che l’uomo - e soprattutto colui che è colpito dalla sofferenza – aveva bisogno al suo fianco di una presenza compassionevole, che non ne ho mai chiamato in causa il valore. Oggi, questa sete di presenza del cuore umano mi pare come un grido violento, come un’urgenza manifesta. Non solo ho la convinzione che questa la sete più profonda dell’uomo, ma sono posseduto da questa ossessione – che condivido con tutti gli Amici dei bambini – che bisogna offrire un Amico ai poveri e ai piccoli, perché essi vivano come uomini, un Amico dal cuore infinito che colmi l’infinito del loro cuore.

Un giorno feci una lunga visita ad una madre di famiglia del Lobato (a Salvador Bahia). Pensando che le avessimo ormai dato la sua parte, cominciammo a prendere congedo. La signora si mise a gridare, quasi offesa: “Ma ve ne andate già!” Uscendo dalla sua catapecchia, il mio amico aveva le lacrime agli occhi: “Padre, anche se noi rimaniamo talvolta per ore dai nostri amici, noi partiamo sempre troppo presto; non siamo mai abbastanza presenti, la loro sete supera sempre ciò che noi possiamo donare loro. E sempre celo fanno notare.” Pensavo alla scritta messa dai Missionari della Carità di fianco al crocifisso delle loro cappelle: “Ho sete!” Gesù ha sete, ha sete di più… I nostri amici hanno sete, hanno sete di più… Io ho sete, ho sete di più… Non sapevo più se cercare di colmare la sete di Gesù, o quella dei nostri amici, oppure la nostra… Non sapevo più se era Lui che ci domandava da bere, o noi che glielo domandavamo… Non sapevo più chi placava la sete di chi… chi era sulla croce e chi stava vicino alla croce… Gesù… i nostri amici… noi?…

Punto Cuore, un’opera umana? Un’opera umana perché cristiana. Un’opera umana, profondamente umana perché essa vuole saziare la profondità della sete umana: la sete del cuore. Un’opera profondamente cristiana perché essa vuole raggiungere il dono stesso di Cristo: il Suo Cuore.

Le opere umanitarie, giustamente, sono molto preoccupate di un risultato, di una efficacia, di una produzione. Un’opera umana come Punto Cuore non può avere questa ambizione. La fecondità è in un altro ambito, che non può essere misurato in cifre, in bilanci, in risultati di esercizio. Così come gli apostoli non potevano quantificare il frutto di ogni incontro del loro Maestro, di ogni visita fatta nei villaggi che attraversava, così come è impossibile conoscere tutti gli effetti di una celebrazione o di una adorazione eucaristica su di una assemblea, è ugualmente impossibile conoscere l’esatto frutto di una visita ad un malato, di un gioco con i bambini, della presenza degli Amici dei bambini in un quartiere. C’è la grande parte di mistero, talvolta difficile da accettare: l’uomo ama talmente tanto valutare, misurare, conteggiare la propria azione per dimostrare a se stesso di essere qualcuno! Ma più ci si rivolge all’intimo dell’uomo, più si vuol raggiungere il suo cuore, più si vuol toccare quanto c’è di più umano nell’uomo, più bisogna rinunciarvi. Un’opera umana, profondamente umana sfugge ai conti umani: soltanto Dio ne conosce i frutti, perché rimane Lui il Padrone di ogni raccolto.

Ogni mattina, la missione di Punto Cuore ci sembra più vasta perché ogni mattina la sofferenza dell’uomo ci appare più grande e più profonda. E noi ci diciamo: è necessario che la Madre sia là, ai piedi della croce smisurata dov’è inchiodata l’umanità, è necessario che Ella sia là, con il suo cuore smisurato di Madre. Cioè: è necessario che noi siamo là. È la nostra missione. Una missione che ci supera e ci stupisce allo stesso tempo, perché essa coincide con un grido terribile, perché sazia una sete, la sete ultima e smisurata, la sete di sentire: “Sono qui”. Una missione che noi non vogliamo compiere come dei paladini o dei cavalieri, ma secondo il modo molto umano dell’eucaristia – che si abbassa e si annulla -, secondo il modo molto materno della madre, che resta silenziosa ed ablativa.