Abbiamo incontrato l’artista Massimo D’Orta e profittando di una spaghettata con le cozze gli abbiamo fatto qualche domanda:
Ciao Massimo, grazie per averci dato del tempo per quest’intervista; per iniziare, volevo chiederti se da piccolo avevi mai pensato di fare il pittore da grande, com’è successo che ti sei innamorato della pittura?
Pensa, mio padre mi voleva ragioniere perché vedeva rassicurante la figura del ragioniere per la stabilità economica. Era infatti, un periodo di indigenza per tutta Napoli e lui era disoccupato. Ho dei ricordi molto teneri con papà. Volevo accontentarlo e ho esercitato questa professione per molti anni, ma poi ho dovuto accontentare me stesso.
A quattordici anni, ho visto per caso in una stampa la Madonna di Eduard Munch, è stato folgorante!
Quel corpo era spiritualità e sensualità, era dolore e purificazione, era tutto. Mi dissi che avrei fatto il pittore sicuramente, mi appassionai subito ad artisti come Masaccio, Kokoschka, Caravaggio, Michelangelo. Nella loro arte vedevo chiaramente questa lotta fra spiritualità e carne, fra la meschinità e la purezza dell’uomo. Nelle loro opere c’è una grande umanità, un bello che non è classico, la raffigurazione dell’uomo è per intero; per esempio nell’Adorazione dei Pastori di Caravaggio, è sconvolgente l’espressione della Madre, lei è triste perché sà già che suo Figlio sarà sacrificato; inoltre, la prima figura del quadro sono i piedi sporchi dei pastori, quindi prima di arrivare al Bambino si passa per questi piedi nudi.
Hai parlato del rapporto con tuo padre, cosi malinconico e triste, avrà influenzato sicuramente la tua pittura, mentre c’era la stessa intesa con tua madre?
Con mia madre avevo un rapporto diverso. Lei mi voleva prete, non solo perché vedeva in me una vocazione, ma sicuramente per lo stesso motivo per cui mio padre mi voleva ragioniere: volevano che avessi un ‘posto’. Erano gli anni ’58 ’59 e per accontentarla feci due anni nel collegio dei preti, lì ho incontrato tanti bei volti missionari e molti artisti preti, ma ho dovuto deludere mia madre lasciando il collegio subito. Degli anni scolastici, ricordo una profonda solitudine; mi capitava spesso di giocare da solo, eppure a casa eravamo sei figli.
Qual è il tema principale della tua pittura, come nasce un soggetto interessante?
Dopo un vuoto di emozioni, sto vivendo un periodo assolutamente nuovo. Ho vissuto forti emozioni di dolore che adesso però sono finiti. Paradossalmente il mio soggetto è lo stesso: la sofferenza. La rappresento senza più sentire l’emozione che mi spingeva a dipingere i quadri scuri. Adesso rivedo con uno sguardo differente la sofferenza umana. Raffiguro lo stesso soggetto ma trasportato nella luce.
La pittura lotta con me ed esce, formandosi da sé. Addirittura una volta ho dato un pugno ad una tela perché il soggetto non voleva uscire. Difatti ho un rapporto carnale, materiale con la mia pittura, quasi fisico. Spesso la gente mi chiede come nasce la mia ispirazione, se è la mente o è il cuore che dà vita ai quadri. In effetti io non riesco a fare una distinzione, mi sembra piuttosto che un soggetto nasca da una fusione fra il cuore e la mente. Comincio a colorare e il quadro viene fuori pian piano, poi sale, dopo viene lo sforzo per farlo uscire ancora di più, fino a tirarlo fuori con tutta la mia forza.
Spesso è tutto un’altra cosa dall’idea che avevo all’inizio. Cerco di non chiudermi mai in un’idea fissa sul quadro ma al contrario, l’arte nasce da sé. Dipingendo rispondo al mio bisogno di dipingere, non posso fare altrimenti. La pittura stessa mi suggerisce cosa fare. Raffiguro una realtà percettiva in quanto quella oggettiva ha già una grande bellezza.
E adesso cosa cerchi?
In questo nuovo periodo, mi accorgo di dover lasciare il nero per un modo di dipingere più chiaro. È come se i quadri stessi volessero uscire per stare alla luce cosicché possano dirmi il senso di questa sofferenza. Come loro mi hanno portato ad una luminosità, la sofferenza umana può arrivare alla speranza. Adesso dunque, cerco di leggere la sofferenza alla luce di una speranza, perché le cose della vita non possono finire. In altre parole, il dolore non è inutile, và trasformato ed usato. L’uomo deve andare avanti.
Sei stato per la prima volta al Punto Cuore la settimana scorsa, ci puoi dire cos’è successo?
È successo tutto e niente. Mi sono accorto che il bene, il sacrificio, la dedizione al prossimo trasuda da quei muri, queste persone mi hanno fatto sentire a mio agio. Da quando li conosco non mi hanno mai parlato di religione ma di umanità.
Inoltre, ho visto il mio quadro nella cappellina. È stato commovente vederlo lì, sembrava fatto apposta per quel posto. Quando l’ho regalato a loro più di un anno fa, mi ricordo che ho scritto la dedica al quadro: “a te che hai trovato finalmente il posto per cui sei stato fatto” pur senza conoscere quel poso.
Adesso che l’ho visto appeso sopra l’altare è stata una grande soddisfazione, come se rappresentasse tutta questa dedizione che si avverte al Punto Cuore. Questo quadro ha un valore diverso dagli altri con il simile soggetto. Lavorai molto per farlo uscire fuori, sebbene avessi fatto molte sovrapposizioni di colore, il quadro non voleva uscire.
Alla fine è nato in un attimo, ho visto un immagine difronte a me e l’ho graffiata con del ferro su tutti quei scuri sovrapposti, per questo il volto è scavato nel quadro. In quella cappellina si trova al posto giusto, è una vera presenza




