Che Lui vi accompagni

Messa di invio

Nell’ora in cui la partenza è vicina, in cui è giunto il momento di sciogliere gli ormeggi, i sentimenti che abitano chi parte, non c’è dubbio, sono molteplici. Alcuni sono abitati da una gioia sovrabbondante: «Come vorrei che fosse già ora! Il tempo non passa più! Sento una tale corrispondenza tra il mio desiderio e quella vita che mi è stata proposta!» Altri provano forse qualche dubbio: «Mi impegno, ma sarò all’altezza? Il traguardo è così alto! Arriverò fino alla fine?» Altri ancora vivono questo impegno con una grande fiducia: «Colui che mi ha chiamato mi accompagnerà ogni momento». È possibile che tutti questi sentimenti siano un po’ mescolati e che emergano a turno. Allo stesso tempo, non c’è un altro sentimento? una specie di apprensione per la solitudine sentita come una sorta di angoscia latente: «sto per lasciare i miei amici, la mia famiglia. Sarò lontano da tutti quelli che amo, da tutti quelli di cui di solito ho fiducia. Su chi mi appoggerò?» Meditare su questa paura che, in fondo, è terribilmente universale, è riprendere coscienza della realtà più concreta e più essenziale della nostra esistenza di cristiani, che possiamo formulare così: lo Spirito Santo dimora in noi.

La sofferenza più crudele

Da anni, siamo testimoni di innumerevoli sofferenze. È la sofferenza dovuta alla miseria: è quella della fame – ben diversa dai piccoli crampi allo stomaco – che spinge a prostituirsi o porta sulla strada perché lì si raccatta qualche soldo; quella dell’incertezza del domani e della promiscuità. È la sofferenza dovuta alla malattia: quella del corpo che grida e non trova pace, è la sofferenza dell’ozio: quella della mancanza di lavoro che dà l’impressione di essere inutile, di essere di troppo. Ma nessuna sofferenza ci è sembrata dolorosa, distruttiva, lancinante come quella della mancanza di comunione. Essa conduce immediatamente al pensiero del suicidio e spinge a rimettere in discussione il senso stesso dell’esistenza. In compenso, sembra che quando uno è amato, quando si sa accompagnato, è capace di affrontare le peggiori avversità.

Tutto questo dice molto dell’essere umano e delle sue aspirazioni più intime. Quella sete vitale che scopre sovente a partire dalla sofferenza che lo abita quando si sente rifiutato, rivela che è un essere fatto per la comunione. Non può essere soddisfatto di essere un’isola, un deserto, una dimora vuota. Ha bisogno di un Altro. È un grido verso l’altro. Aspira a un incontro che costruisca la sua vita e la trasformi dal di dentro. In breve, l’essere umano è l’uomo del matrimonio. Un matrimonio che gli dona di sposare colui che è l’altro, coloro che sono gli altri, Colui che è Dio, quella che è la realtà che lo circonda, quelli che sono gli avvenimenti. E, allo stesso tempo, spesso gli sembra che si tratti di un matrimonio impossibile. Non sa come fare. Per certi aspetti, non sopporta se stesso, non riesce a entrare nell’intimità dell’altro, a volte vuole entrare in relazione con Dio, ma gli sembra una cosa impossibile. A Punto Cuore nessuno sfugge alla constatazione di questa impotenza, che assume un carattere ancora più drammatico che in altre circostanze nella misura in cui la nostra missione è precisamente e unicamente quella: di sposarsi. Si tratta allora di una missione impossibile offerta a un uomo abitato da una sete che lo rode dentro perché non trova di che soddisfarla?

Abitati dallo Spirito

Sì, bisogna umilmente riconscere che l’uomo è lontano dall’essere un esperto in comunione, un artigiano della pace, quando è affidato alle sue sole capacità, ma è fare i conti senza il fatto che è un essere abitato. È un vaso di argilla che contiene un tesoro incredibile, ci dice San Paolo. È un campo che nasconde una perla preziosa. È un tempio in cui riposa il suo Dio. Questa è la formidabile notizia: nell’uomo abita lo Spirito Santo! E questo Spirito non è altri che lo Spirito di Dio, lo Spirito di verità, lo Spirito di comunione. È Colui che fa sì che tutto divenga possibile. Se tra noi esiste la fiducia, non è quindi perchè noi siamo più abili di altri. Se possiamo essere inviati a luoghi che paiono affollati di miserie, non è perché abbiamo un’attitudine a vivere nell’inferno. È, più semplicemente, perché contiamo su un Altro che non abbiamo mai visto, la cui voce è più discreta che la brezza della sera, e che, ciò nonostante, è capace di rivoluzionare il mondo: lo Spirito Santo. Non l’abbiamo visto perché è troppo intimo a noi stessi, noi lo sentiamo appena perché la sua voce viene da troppo vicino! Quello che possiamo dire di Lui è soltanto che ci accompagna. «Non vi lascerò soli», ha promesso Gesù.

Con Lui noi siamo pronti a partire. Con Lui domani partiremo. Con Lui più avanti ritorneremo. Lui è con coloro che sono inviati come è con coloro che rimangono. È con coloro di cui presto scopriremo i volti come è con coloro che lasciamo. Realizza la comunione tra tutti. In ogni istante, rende presente tutti a tutti. E trasporta coloro che Lo amano nella gloria del Padre.

Beata Trinità!

Poiché Lo ama infinitamente, il Padre è totalmente donato al Figlio, è tutto sguardo verso il Figlio, trova la sua gioia nel Cuore del suo figlio amato. Poiché Lo ama infinitamente, il Figlio è totalmente donato al Padre, è tutto sguardo verso il Padre, trova la sua gioia nel Cuore del suo Abbà. Il Padre e il Figlio sono così totalmente donati l’uno all’altro che il Loro amore li ha totalmente impoveriti. E nel frattempo, in questo estremo spogliamento, sono ricchi del dono più prezioso: lo Spirito Santo, l’Amore stesso, frutto del loro amore l’Amore stesso. Lo Spirito che sarà dato a Cristo come regola durante tutto il suo pellegrinaggio terrestre, lo Spirito che rende presente il Figlio al Padre e il Padre al Figlio, lo Spirito chiamato a conformare il volto di tutti gli uomini a quello di Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è l’amico più intimo, il compagno più fedele di ciascuno di noi. È talmente unito a noi che potremmo crederlo assente. È talmente eloquente che potremmo crederlo muto. È talmente fecondo che potremmo crederlo inefficace. Quello che opera nel profondo di noi è un invito costante a scendere più in basso. Colui che vive nella superficie del suo essere, colui che non si dedica che alle cose che passano, colui che non si lascia afferrare dalle cose profonde difficilmente Lo incontra. E con tutto che lo Spirito non smette di dirgli: «Vieni alla sorgente!», il chiasso che lo chiama a vivere fuori è così grande, che non sente quella dolce voce dell’Amore e vive la sua umanità al livello più orizzontale, più basso, più insignificante. E più esce da se stesso per trovare rimedio al peso della sua solitudine, più quella solitudine cresce: né la musica, né il rumore, nè la sessualità, né l’alcool, né il lavoro esagerato l’appagano. In senso stretto, è il dramma più terribile e, ahimé, il più comune.

Lo Spirito Santo, uno Spirito di comunione

Lo Spirito Santo, Proprio Lui, viene a metterci in comunione con il Padre e il Figlio. Sa che la solitudine non è il nostro destino. Sussurra in noi «Abbà» perché noi siamo figli, e attraverso quel sussurro vuole gentilmente ricordarcelo. Ci rivela il volto del Padre rivelando in noi il volto del Figlio. Ci insegna a pronunciare il nome che fa scorrere in noi la Vita. Così è la preghiera a Punto Cuore, come dappertutto: non consiste in formule magiche, non è uno sforzo violento del nostro cervello, è un abbandono all’Opera dello Spirito in noi che vuole metterci in comunione con il Padre e il Figlio, o meglio ancora che vuole identificarci con il Figlio perché in Lui noi siamo tutto sguardo verso il Padre, appassionati del Padre, totalmente abbandonati nelle mani del Padre. E questa dipendenza tutta filiale, fondata sulla fede, è come lo strappo a quella specie di solitudine ontologica che il peccato ha causato in ciascuno dei nostri cuori. Come San Francesco che alla fine di settimane di prova terribili gridava e danzava per le strade dicendo: «Dio è il mio tutto», noi possiamo uscire a nostra volta sulle strade cantando: «Sono appagato! Ho un Padre! Sono figlio e figlia! Sono figlio e figlia dell’Amore!» La preghiera non è altra cosa che questo riconoscimento della paternità di Dio per me, non è altro che l’affermazione della gioia che mi abita, una gioia più forte di tutte le disperazioni, di tutte le prove, di tutte le preoccupazioni, la gioia di essere figlio di Dio.

Se ci mette in comunione con Dio, lo Spirito ci mette in comunione con ogni uomo. Ci aiuta a riconoscerci «fratello di tutti». Da nessuna parte mi sento straniero perché amo tutto ciò che costeggio. Può darsi che io sia ancora un po’ maldestro nel riconoscere questo amore, può darsi che sia ancora lontano dall’essere entrato in tutti i particolari della cultura dei miei amici, ma li amo. E questo amore che può sconvolgerli non è altro che la testimonianza nella mia umanità dell’amore di Cristo per loro. Posso chiamarli ciascuno con il proprio nome. L’incontro che ho con loro, anche se può apparire insignificante, è per me un incontro di un genere nuovo: si situa essenzialmente a livello del cuore e riporta ciascuno in quello che c’è di più intimo, di più personale. Nessuno è paragonabile a nessun altro: l’amore si adatta a ciascuno. E a causa di ciò, ogni incontro è un incontro che porta un frutto smisurato: offre la gioia, fa rinascere la speranza, è una visita che consola. È, ogni volta, una Visitazione! Una sorta di Pentecoste! Lo Spirito Santo è là che vi accompagna! Accompagna la vostra missione! È per voi l’unico Consolatore.

Comprendiamo quindi perché Cristo chiese allora ai suoi discepoli di partire con le mani vuote: senza monete, senza bastone, senza sandali di ricambio. Una sola cosa pare necessaria per fare la Sua Volontà: lo Spirito Santo. Tutti quelli che vi danno la gioia di circondarvi oggi sono qui come i discepoli intorno a Maria, come le folle in attesa vicino al Cenacolo: sono qui per supplicare le lingue di fuoco di invadervi! In un grande grido comune chiamiamo il Consolatore, chiediamogli di rovesciare tutti gli ostacoli alla sua presenza che, coscientemente o inconsciamente, abbiamo posto nei nostri cuori – parlo soprattutto dell’orgoglio, dello spaventoso orgoglio! – e che gli impediscono di agire in pienezza. Che questa Chiesa, facendo eco alla sete più intima di ciascuno, risuoni di questo grande grido, del grido più vitale: «Vieni!», del grido dei poveri che noi siamo così profondamente: «Vieni!»